La resistenza e il cambiamento: psicoterapia, parola e metafora.


La resistenza e il cambiamento: psicoterapia, parola e metafora.

L’ARTE DI ESSERE ARTISTI 🙂

Amo molti aspetti del mio lavoro psicoterapico e di formazione. Uno fra tutti riguarda la lettura. È una sana abitudine oltre che una fonte illuminante per comprendere il mondo e le sue dinamiche.

James Hillman mi ha rapita. Posso leggere poche pagine al giorno perché sono così dense da necessitare da subito una rilettura e un approfondimento.

Di seguito un brano in cui si affronta il concetto di Resistenza al Cambiamento, del ruolo della psicoterapia e della metafora.

La natura sottomette la natura per mezzo del fuoco. Il calore dissolve la coesione di una sostanza, il suo desiderio naturale di restare fedele a se stessa per come essa è.

Il calore separa il metallo dal corpo minerale, per calcinare il metallo portandolo ad uno stato più malleabile. Nello stato <<solamente naturale>>, le sostanze oppongono resistenza al mutamento. Vogliono restare come sono e come sono state per milioni di eoni, sepolte e nascoste alla vista.

E tuttavia l’innato impulso alla perfezione accoglie volentieri il fuoco. Di conseguenza le sostanze nello stesso tempo godono nella sottomissione, si lasciano scorificare, martellare ed estrarre dal loro terreno familiare.

L’esistenza si modifica, ma l’essenza rimane inalterabile. Il corpo del metallo può diventare un liquido, una polvere, un vapore; può combinarsi, mutare colore, subire gli effetti di altre sostanze. Il corpo sottile, invece, rimane identico a se stesso, persevera nella sua inalterabilità.

Per vincere l’innata resistenza delle sostanze occorre il calore, un calore abbastanza dolce da sciogliere ciò che è ostinato e abbastanza gagliardo da impedire la regressione allo stato originario. Soltanto quando la regressione allo stato trovato – la sostanza nel suo presentarsi sintomatico – non è più possibile, soltanto quando essa è stata completamente cotta e si è veramente separata dal suo modo d’essere abituale e storico, possiamo dire di avere realizzato una modificazione. Allora la sostanza, che la psicologia chiamerebbe forse un complesso, diventa meno autonoma e più malleabile e fusibile, avendo perduto la propria indipendenza di oggetto intrattabile che obietta e resiste. Soltanto allora il corpo sottile del metallo (la durezza del ferro, il calore immediato del rame, la pesantezza del piombo) può unirsi all’opus. <<Soltanto le cose che sono state separate possono essere ricongiunte>> dicono gli alchimisti (pg 46-47 Psicologia Alchemica di James Hillman)

La metafora è uno strumento potente che valica le resistenze del conscio e raggiunge l’inconscio operando quelle trasformazioni di cui l’anima ha bisogno. L’analogia con i metalli e il loro spirito è davvero straordinaria. Il calore separa il metallo dal corpo minerale per renderlo più malleabile. È grazie a questo processo che è possibile rompere una convinzione o un sentimento limitante e permettere una riorganizzazione delle proprie esperienze più funzionale alla realizzazione della propria esistenza. Questa separazione può essere traumatica oppure più dolce e determina un cambiamento: tanto un grido quanto un sussurro, tanto uno schiaffo quanto un abbraccio. Cambia il modo in cui ci si approccia a eventi simili e più in generale il modo in cui ci si rapporta al mondo.

Può essere calore un dolore, una psicoterapia, un’autocura, una formazione, una carezza, un dettaglio e via dicendo.

Le azioni messe in atto per portare alla giusta temperatura della rottura, creano il contesto migliore per modellare la propria energia interiore e permetterle di fare bene il suo lavoro, vale a dire, creare condizioni di realizzazione.

Tuttavia, il metallo vorrebbe restare metallo pur volendo diventare più nobile. Questo significa, che laddove non vi siano eventi imprevisti e incontrollabili, si possono fare diverse marce indietro proprio poco prima del raggiungimento del grado ottimale. Possono in questo giocare un ruolo importante la paura, l’orgoglio, il dubbio, la rabbia.

A quante situazioni o sentire restiamo attaccati per paura di ciò che potrebbe accadere in seguito?

Quante volte “abbiamo preso la rincorsa” e ci siamo fermati all’ultimo metro, tornando indietro?

A volte si vuole cambiare ma si ha paura di farlo e si ritorna alla “situazione precedente” perché fa stare male, è vero, ma lo conosciamo. Siamo in grado di tollerare ancora per un po’ (ci illudiamo in questo).

Per nostra natura/fortuna, il metallo ha in sé l’impulso a diventare più nobile.

Questo significa che il magma interiore lavora per arrivare all’esplosione, provocando spesso scosse non necessariamente a grande magnitudo, ma comunque percepite al punto da porsi la domanda: “cosa devo cambiare”?

Lo sdradicamento di alcune convinzioni, di certi pregiudizi e sentire “fissati” avviene proprio per “lisi terapeutica”: si tolgono le ancore che legano a schemi di comportamento e di pensiero disfunzionali. Questo determina resistenza.

È difficile esercitare il cambiamento, più semplice deciderlo di intraprenderlo.

Ma tutto è possibile quando la forza di volontà si lega all’amore e si è realmente disponibili a raffinare (eliminare le scorie di pensiero), sofisticare (liberare l’essenza da qualità inutili) e trasmutare (raggiungere un livello più alto di nobiltà).

La raffinazione è compito della pedagogia, di quel processo che inizia prima della nascita e perdura per tutta la vita. Mi riferisco alla trasmissione dei modelli culturali e degli approcci alla vita ad opera di genitori, insegnanti e di tutte le figure che, a vario titolo e in diversi momenti della crescita, intervengono in modo significativo nello sviluppo dell’essere umano.

È compito della “società micro e macro” accompagnare i bambini nel loro percorso di realizzazione sapendo dosare la quantità e la qualità delle regole e di esperienze di apprendimento. In questo, bisognerebbe essere consapevoli che il modo in cui si vive è di per sé un’esperienza di apprendimento, che il sentire interno condiziona il processo di educazione e che questo può essere tanto limitante quanto illuminante. La flessibilità, l’auto osservazione e l’autonomia di pensiero la fanno da padrone.

È ad esempio molto bella la strada scelta da alcuni servizi per l’infanzia che propongono attività con le materie prime della terra e fanno “sporcare” i bambini facendoli, ad esempio, camminare nelle pozzanghere (ovviamente protetti) o facendo loro coltivare un piccolo orticello mettendoli nelle condizioni di comprendere e sperimentare il senso della terra, dell’aria, del fuoco e dell’acqua. Di questi elementi siamo fatti e con questi bisogna confrontarsi.

Per paura dei pericoli, quante esperienze abbiamo impedito di fare ai bambini? In questo, sono pericoli veri o presunti e derivanti dalla propria difficoltà a mettersi in gioco.

Dove la paura di fare sconfina nella saggezza di sperimentare, soggiogandola e trasformando il mondo in brutto e cattivo?

È raffinazione anche la capacità individuale di scegliere quali rapporti coltivare ma anche quali interessi e a quali attività dedicarsi per “depurarsi”, per stare in contatto, in via progressiva con situazioni e persone che permettono “la lucidatura”.

Ed ancora lo è, rendersi coscienti dei propri pensieri e degli scenari che essi creano dentro se stessi per poter eliminare ciò che toglie aria al fuoco mettendo in pericolo l’esistenza stessa. È il caso dei pregiudizi, delle fissazioni, delle credenze e di tutte quelle scorciatoie di pensiero che non permettono un’esperienza diretta con i protagonisti del pensiero stesso, messi in scena nella propria mente.

Fatta l’opera, è il momento di curarne i particolari.

La sofisticazione è lo step successivo. Raggiunto un certo grado di “purificazione”, si può puntare a migliorare la qualità del sentire e della capacità creativa. Qui, “si lascia la carta vetrata” e si lavora sul dettaglio. È il momento di aggiustare l’opera d’arte. Scelta e creata la forma, portatala ad uno stato soggettivamente definito accettabile, si cura il dettaglio.

Il dettaglio dà la misura dello stile dell’artigiano. È esso che permette di riconoscerlo in sua assenza solo attraverso la “visione dell’opera”. È una fase topica di identità.

Quando si è raggiunti un certo grado di sofisticazione, si può salire l’ultimo step: quello della trasmutazione.

Il composto non è più solo un insieme di elementi, ma qualcosa di più e diverso. Ha raggiunto il suo massimo livello di nobiltà.

Dal piombo che ha insegnato la lentezza, all’oro che ha trasformato tutto in perfezione.

Ecco allora che, in base al punto evolutivo delle persone nei primi due (raffinazione e sofisticazione), un processo psicoterapico accompagna, fermandosi come Virgilio, alle porte del Paradiso e cedendo il posto a Beatrice. Io credo, che quando si raggiunge la soglia del terzo (trasmutazione) si debba procedere “in solitudine”. La trasmutazione è un percorso che restituisce te a te attraverso di te.

E la PAROLA?

In tutto questo processo di cura, la Parola è preziosa compagna. Quando riesce a farsi metafora raggiunge il suo grado massimo di eccellenza, donando quello straordinario momento di confusione in cui pensi di aver capito ma non sai ancora esprimerlo e ti prendi per questo, quel giusto tempo di riflessione per poi trovare la tua espressione migliore.

Concludo invitando alla lettura non solo di Hillman ma anche di Jane Austen.  In un suo bellissimo romanzo, Orgoglio e Pregiudizio, è descritto molto bene quanto ho provato a spiegare. L’autrice sceglie il contesto romantico.

Elisabeth sognava un matrimonio vantaggioso ma l’uomo che poteva darglielo, era rigido e malevolo. La sua prima esperienza diretta con lui fu poco piacevole e il chiacchericcio su Darcy ne confermò, secondo lei l’autenticità.

Voleva essere nobile, ma non voleva cambiare la sua idea.

Si crearono le condizioni per dosare la giusta quantità di calore e determinare la lisi. Dalla separazione, ne derivò la messa in discussione dei criteri da lei stessa utilizzata per giudicare quell’uomo.

Ne derivò una sofisticazione: in un bagno di umiltà, eliminò la sporcizia, raffinò la sua capacità di pensiero e manifestò la sua natura ad un livello più nobile. Questo la mise sulla strada del suo primo pensiero: sposare un uomo ricco si, ma soprattutto di cuore.

La trasmutazione è il matrimonio stesso in cui si unisce nobiltà e libertà di pensiero e ciò che ne scaturisce è l’eternità con la sua perfezione.

Quanto, allora, un’idea può togliere ossigeno alla possibilità? Accade un po’ come si fa con il fuoco: quando lo si vuole spegnere si toglie l’aria.

Quest’ultima tuttavia è il suo combustibile primario perché non solo del carbone di legna si ha bisogno ma anche del suo sapiente dosaggio. È bellissima l’immagine che Hillman dà in questo senso: c’è l’artigiano e il suo garzone. L’idea infuocata e “lo spirito guida” che rende tutto possibile.

L’artigiano che ha a che fare con i metalli è un investigatore. Metallo infatti deriva da metallao che significa ricerco, investigo. E così se rivolgo lo sguardo anche agli dei, vedo Efesto (Vulcano) che crea per amore della creazione. È infatti sposo di Afrodite. L’arte che ne scaturisce è difesa dal dio Ares e trasformata con le sue formule segrete da Ermes. Intervengono lungo tutto il processo creativo sia Saturno con la pazienza che Estia con il rigore.

La foto in evidenza è tratta dal sito https://www.informazioneambiente.it/farfalle/

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.