intervista di A Parole mie ad Alvin Tripodi


Alvin è pieno di entusiasmo. Gentile ed ironico, colpisce per il suo carisma. La sua barba esprime la sua pienezza. Colpisce per la facilità con la quale entra in rapporto con le persone e la gentilezza.

Ho voluto intervistarlo perchè è uno che crede nella sua terra, nei suoi sogni. Mi piace definirlo REALIZZATORE.

Con il suo gruppo canta la speranza e la verità che sente dentro.

Ha seguito il suo talento. Sulla cresta dell’onda della sua anima sta realizzando se stesso.

Quale miglior esempio per dimostrare che i sogni hanno bisogno di coraggio?

Buona lettura

  • Cosa significa per te vivere la musica?

Max Gazzè in una sua canzone dice che una musica può far dormire i bambini di giorno, e può fare anche svegliare i bambini di notte, il pezzo si intitola “Una musica può fare”. Ecco, io vivo la musica un po’ allo stesso modo. Vivere la musica significa ammirare tutto ciò che una musica può fare con te stesso, per te stesso e con l’ambiente che ti circonda. La musica, come l’arte in generale, è un po’ la mia comfort-zone, un linguaggio universale per capire me stesso, capire le vibrazioni della natura circostante e ciò che vogliono dirmi, ed allo stesso tempo è anche un mezzo per veicolare le mie energie ed ispirazioni verso l’esterno, e renderle comprensibili a chi mi sta vicino. E per musica intendo tutto, dalla Nona di Beethoven al cigolìo del carretto che raccoglie i rifiuti per strada nel silenzio della notte.

  • Quando hai capito che era importante per te e cosa ti ha insegnato?

Non c’è stato un momento particolare del mio passato in cui ho compreso che da lì in poi la musica sarebbe diventata per me di fondamentale importanza, piuttosto ho sempre cercato di capirlo quotidianamente nella mia vita. L’importanza della musica non è per me un traguardo, un livello da raggiungere una sola volta, ma è una condizione da mantenere, da condividere con me stesso il più possibile. Certo, ci sono stati momenti, un po’ come nella vita di tutti, in cui la musica mi è stata di vitale importanza nel superamento di momenti difficili o nella celebrazione di momenti felici, ma ciò che è ancor più bello è ricercare l’importanza della stessa ogni volta che sia possibile, anche in momenti apparentemente privi di senso. E’ sì bello ed importante poter suonare su di un palco davanti a migliaia di persone, così come è altrettanto bello ed affascinante suscitare un sorriso improvvisando una canzone a cappella per qualcuno, per strada, in un giorno qualunque o cantare con gli amici di sempre a mare, davanti ad un falò e qualche birra.

  • Quanto è importante per te comunicare e perché?

La comunicazione è tutto. Io credo che prima di tutto sia importante saper comunicare con se stessi, saper leggersi dentro, ascoltarsi in silenzio…se riusciamo a fare questo sarà più facile per noi anche comunicare le nostre sensazioni e i nostri pensieri all’esterno. L’arte in questo mi ha sempre aiutato, come una sorta di training autogeno. Nell’antica Grecia la comunicazione era studiata ed insegnata proprio come una scienza precisa a coloro che volevano intraprendere la carriera militare o politica. La comunicazione, la dialettica, specialmente quella non verbale, è una vera e propria arte che ancor oggi mi affascina, ebbene sì, ancora oggi a 27 anni rimango affascinato di fronte a qualcuno che riesce a comunicare bene anche se comunica idee o pensieri diversi dai miei. Insomma, circa la comunicazione ho un solo comandamento che seguo sempre: “comunicare sempre nel modo giusto, piuttosto che comunicare sempre di cose giuste”, anche perché il mondo è fatto di uomini, e gli uomini son fatti di idee, e ciò che è giusto per me potrebbe non esserlo per altri. Ma senza dialogo le idee non cambieranno mai.

  • Behike Moro: il nome della tua band. Cosa significa? Raccontaci la vostra storia

Fredda notte invernale, Liverpool, Chiesa di St. Peters, in occasione della festa annuale della parrocchia tre giovani sedicenni armati di buone speranze si esibivano facendo musica skiffie…abbiamo pensato che questo sarebbe stato un inizio abbastanza figo per la biografia del nostro gruppo, ma purtroppo è già l’inizio della storia dei Beatles! Così a noi è sì toccata la fredda notte invernale, ma niente Londra e niente St. Peters, davanti a noi solo qualche bicchiere di buon vino e qualche strumento musicale, fedeli compagni delle notti in compagnia. Andrea e Filippo da una vita nel mondo della musica, tra accademie e conservatori di tutta Italia, ed io sempre col microfono in mano a far baldoria davanti alla gente di qualche teatro o di qualche locale. Così nelle notti in cui si abbandonavano i libri, gli spartiti o il dovere del lavoro, era nostra abitudine ritrovarsi insieme, ed insieme agli oggetti della nostra anima, ma stavolta a cantare e suonare cose non convenzionali. Così Andrea inizia a strimpellare una scala flamenca con la chitarra, Filippo va dietro di lui improvvisando con l’organetto calabrese a due bassi ed io mi aggiungo a loro inventandomi su quelle note storie a caso ma non troppo. Dieci giorni dopo avevamo già nove basi e buona parte dei testi per quello che avevamo deciso sarebbe stato il progetto “Behike Moro” (che non vuol dire nulla, Behike e Moro sono il nome di due sigari, grande passione e filosofia di vita affine ai componenti del gruppo). Behike Moro è il gruppo musicale di un paio di amici che avevano voglia di raccontare gioie , debolezze, emozioni e sensazioni tipiche dei ragazzi della loro età, con della musica propria, scritta da loro e nata dalle loro indoli, Andrea dall’anima andalusa (laureato a Terni col massimo dei voti in chitarra flamenca e vincitore di alcuni importanti festival internazionali di chitarra), Filippo coriaceo ricercatore di tradizione musicale e fililogica calabrese, laureato anche lui col massimo dei voti al conservatorio di Reggio Calabria con una tesi sperimentale su uno strumento arcaico calabrese, la lira, ed io, instancabile comunicatore che dall’età dei villaggi turistici cercava sempre di trovare la chiave giusta per raccontare questa o quella storia. Siamo partiti quasi per gioco, per mettere su disco delle cose nostre, storie che parlano di vita di paese, bevute tra amici, bellezza dei luoghi in cui siamo cresciuti e viviamo. A poco più di un anno dalla nostra uscita ufficiale possiamo già contare su due album interamente di inediti, qualche premio e la soddisfazione della gente che sta iniziando a capire il significato musicale e comunicativo del nostro progetto che in fondo, abbiamo iniziato e portiamo avanti da quando ci conosciamo. L’unica differenza è che prima lo facevamo davanti al buon bicchier di vino, adesso questo bicchier di vino, se possibile, ci piace condividerlo con chi ci ascolta.

  • La canzone che ami cantare di più e perché?

Amo cantare Modugno, è l’artista in assoluto che più mi appassiona. La storia di brani come Vecchio Frack, u Piscispada, Meraviglioso, Volare, sono patrimoni inestimabili della canzone italiana e non mi stanco mai di ascoltarli e cantarli, è come non stancarsi mai di guardare la notte stellata di Van Gogh o le Sette opere di Misericordia di Caravaggio, passatemi la similitudine.

Se parliamo di canzoni nostre invece sono particolarmente legato a due canzoni. Una si intitola “Sonaturi”. E’ la prima canzone che coi Behike Moro abbiamo cantato in pubblico, quella che ci ha iniziato e con la quale abbiamo, si può dire, dato l’inizio ufficiale a questa avventura che è diventata una storia seria. Tecnicamente questo pezzo è un po’ il riassunto armonico-melodico del nuovo sound che abbiamo deciso di proporre, non sto qui a tediarvi con nozioni che annoierebbero anche me, ma c’è una frase precisa che adoro di questo brano e che si spiega da sola anche se è in dialetto calabrese: “E mi ndi futtu di cu parra mali, ca li fazzu moriri di crepacori, li fazzu moriri di crepacori!”. L’altra canzone alla quale sono profondamente legato è “E cusì sia”. L’ho scritta pensando alle parole che mi diceva sempre  una persona che adesso non c’è più, una persona a me molto cara ma abbastanza bella da non lasciare però nemmeno un vuoto dietro di sé. Per questo sono molto geloso di “E cusì sia”, la canto solo se strettamente necessario e dell’umore giusto, se la situazione è abbastanza consona a rendere omaggio non solo al brano stesso ma anche alla fonte che l’ha ispirato.

  • Conduci la trasmissione Sei calabrese se. Come è nata questa avventura e che cosa ti sta insegnando sulle persone e sulla Calabria.

Grazie alla musica che facciamo coi Behike Moro ho avuto l’occasione di conoscere la famiglia Marasco, che da anni si occupa, col progetto Calabria Sona, di difendere e supportare la musica made in Calabria. E’ stata questa realtà a catapultarmi nel mondo di “Sei Calabrese se…”, occasione che ho colto con entusiasmo, e che anche il gruppo musicale ha sposato alla grande scrivendo la sigla del programma stesso. Ho collaborato con l’emittente Video Calabria per la quarta stagione del programma, e mi sono divertito molto a scoprire luoghi, tradizioni e culture che non sono molto distanti da noi ma che assaporare da vicino ha tutto un altro significato. E’ questo l’obiettivo della trasmissione, portare dentro le case dei calabresi gli usi, i costumi, le tradizioni, le realtà e i personaggi di cui siamo ricchi. In un mondo votato ai social network, la tv e i cellulari sono un bel mezzo per riavvicinare i giovani alla nostra cultura e riportare a galla usi e costumi che purtroppo stanno scomparendo. E’ una specie di missione, da un punto di vista, che come al solito io ho colto in maniera goliardica e con l’entusiasmo alle stelle.  Sono molto grato, oltre che alla famiglia Mascaro, anche al circuito Calabria Sona che da quest’anno si sono occupati anche della produzione del nostro secondo disco e per noi è una gratificazione a livello professionale.

  • Ho letto che fai parte della cooperativa Exodus. Raccontaci la tua esperienza. Cosa vivi che gli altri non sanno.

La grande famiglia Exodus è un’altra parte molto importante della mia vita. E’ grazie ad Exodus che sto avendo l’occasione di fare il lavoro che mi piace ed ho avuto modo di vivere uno degli incontri più importanti della mia vita, quello con Don Antonio Mazzi. La Fondazione non ha bisogno di presentazioni, né io amo farne, perché preferisco sempre che siano le opere a parlare per la gente. Da quando collaboro con loro sono cresciuto molto, lavoro in una equipe fantastica ed ogni giorno affrontiamo sfide diverse che combattiamo con la voglia e la determinazione di chi ce la mette tutta per raggiungere un risultato, che sia un sorriso, una stretta di mano o il raggiungimento di un successo integrativo. Troppo ampio e complicato spiegare altre cose, vi invito piuttosto a venire a vedere coi vostri occhi le realtà in cui operiamo, incontrare altra gente desiderosa di conoscerci sarebbe la nostra felicità e i ragazzi con cui lavoriamo apprezzerebbero molto.

  • Cosa significa per te RICONOSCERE L’ALTRO?

Gli altri mi dicono spesso che mi riconoscono dalla barba che porto (risata). In questo la gente è molto avvantaggiata nei miei confronti, per me però è un pò più difficile. Credo ancora di non conoscere abbastanza neanche me stesso, non posso avere una risposta esatta in questo. Quello che so è che l’ascolto per me è fondamentale per imparare a riconoscere l’altro. Non intendo solo l’ascolto in termini di dialogo e colloquialità, ma riconoscere l’altro per me significa ascoltare in senso più ampio tutto il contesto sociale. Poi, parliamo sempre di “altro” di “altri”, ci si estromette sempre, ma gli altri siamo noi! (Per citare un’altra bellissima canzone, tanto per cambiare).

  • Cosa significa per te UMANITA’ oltre la retorica?

Te lo racconto con un episodio che mi è accaduto (così evito alla grande di fare retorica e passare per buonista, wow! Anche se non sfuggirete alla mia leggera satira, vi tocca, non riesco a mentire). Era la notte di Pasqua di qualche anno fa, per i cattolici è la celebrazione liturgica più seguita ed affollata dell’anno, un pò come il SuperBowl per gli Americani. Mi trovavo alla messa di mezzanotte con alcuni amici, chiesa gremita, nonostante il freddo pungente di quel periodo le porte erano spalancate per permettere alle persone accalcate fin fuori il porticato di partecipare alla celebrazione. Io insieme ad alcuni miei amici ci trovavamo proprio lì sotto la porta centrale. A metà notte si avvicina alla scalinata della chiesa un clochard, trovando a terra in mezzo alla folla accalcata un furbo riparo dal freddo. Molta gente vedendolo lì seduto a terra in mezzo a loro, non proprio lindo ma piuttosto trascurato, iniziò a sentirsi infastidita da quella presenza maleodorante. Ebbene sì lo confesso amici, quella scena mi ha distratto dalla celebrazione liturgica tant’è che mi misi a seguire la vicenda, trovandola più interessante della pelliccia di ermellino della signora che stava proprio a fianco a me e che mi oscurava la visuale verso l’altare. E vi posso dire bene che quel tizio non cercava nulla, a dire il vero non chiedeva elemosina né compassione, aveva solamente visto gente accalcata di notte e cercava un riparo dall’aria gelida, tutto qui. Eppure molti di loro si sentirono infastiditi da lui a tal punto da cacciarlo da quella scalinata quasi a calci. E niente, era la notte di Pasqua ed ero a messa, tutto qua.

L’umanità è tante cose, a volte molto semplici, a volte piuttosto difficili. In alcuni casi è un riparo dall’aria fredda seduto a terra, e non è nemmeno così semplice trovarlo.

  • Quali sono i valori che ti ispirano?

Passiamo una vita intera a leggere trattati, saggi, articoli di giornale, riflettere, esami di coscienza, viaggi in Tibet ed alla fine ci accorgiamo che gli unici valori veri e validi per vivere bene sono quei due-tre precetti che ci hanno insegnato da piccoli. E’ la pura verità, troppo buonismo è come niente buonismo. A me da piccolo, ad esempio, i miei nonni, mi dicevano sempre queste tre cose: “Fa u bravu, non fari u monellu (che poi è la stessa cosa), e mangia! Chi ti viu sciupatu”. Mettermi a spiegare che non mangiare, per loro, equivaleva a fare il monello mi sembra superfluo. I valori che mi ispirano sono quelli che ho appreso da piccolo dai miei genitori: lealtà e rispetto, oltre ogni orientamento religioso e ogni orientamento sessuale. Mi è stato insegnato di dedicarmi quanto più possibile al miglioramento della società, secondo le mie inclinazioni e attitudini personali, seguendo sempre i principi di fratellanza e gentilezza. Crescendo ho ritrovato questi ideali in un’altra splendida famiglia, i Bearded Villains, un collettivo mondiale accomunato dall’ideale di riunire uomini barbuti di ogni cultura, razza, credo e orientamento, al solo scopo di migliorare la società attraverso la beneficienza, la distruzione dei pregiudizi e…la passione per la barba. Vi consiglio di andare a cercare la storia di questo curioso gruppo di barbuti su internet, in Italia attualmente siamo circa un centinaio e periodicamente ci diamo appuntamento in ogni parte della nazione per promuovere e sostenere cause benefiche e socialmente utili, smuovendo le coscienze sui social. Ve li immaginate decine di uomini barbuti di ogni età vestiti da crocerossine e far visita ai reparti pediatrici degli ospedali?

  • La parola: come la usi, come la curi?

Per il credente il pane quotidiano sono le Sacre Scritture, per il parlante invece è il dizionario. Alle scuole medie la mia prof di lettere ci insegnava che il modo migliore per curare la nostra lingua e le parole sarebbe leggere una pagina di dizionario al giorno, ogni buon italiano dovrebbe farlo prima di dormire. Infatti è quasi mezzanotte, mi accingo al ripassino quoitidiano. Toh! Guarda che caso! Il dizionario stasera si è aperto alla lettera U, U di Umanità (risata).

  • Dove possiamo trovarti (mail, contatti)

Trovarmi? Per quale assurdo motivo qualcuno dovrebbe trovarmi? Be’ se proprio volete potete seguire i miei deliri mentali sui social, il mio profilo facebook è libero (almeno lui) democratico e aperto a tutti (un giorno mi pentirò di questo), di tanto in tanto mi piace raccontare lì qualche storia come quelle che vi ho raccontato oggi, oltre che tenere aggiornati i follower su eventi e progetti personali e quelli del gruppo musicale. Seguite anche i Behike Moro, siamo presenti su Facebook, Instagram e Spotify, e lasciate i vostri feedback, per noi sono molto preziosi! Piccola spoilerata, il prossimo post che scriverò sul mio profilo facebook parlerà di una tizia che gestisce la rubrica “A parole mie” in questo blog, che un giorno ha deciso di farselo chiudere scegliendo di intervistare me, una storia di coraggio insomma, ma non glielo dite perché deve essere una sorpresa!

Grazie per avermi letto fin qui, io l’ho appena fatto e non devo essere stato un piacere. Avete la mia stima. Siete dei guerrieri.

alvin tripodi

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