Reinventa la fine: the happy ending


Reinventa la fine: the happy ending

Se la passione per la scrittura l’ho sentita ad otto anni, quella per la lettura è stata più tardiva ma comunque molto produttiva.

Stavo per concludere il primo anno del liceo scientifico. La professoressa Chiodo che insegnava inglese ci assegnò un numero importante di libri da leggere. Per ognuno durante l’estate avremmo dovuto fare una relazione.

Fu la prima volta per me in cui entrai in una libreria.

Avevo 14 anni. Andai con le mie amiche a Catanzaro. Era più la gioia di andare in città senza adulti che non il desiderio di acquistare i libri. E poi sapevo già che avremmo comprato le patatine fritte con la maionese al Ghiottone e avremmo giocato ad essere grandi.

La libreria in cui entrai era l’Einaudi. Ricordo ancora il profumo e gli scaffali pieni zeppi. Comprai, uscii e pensai: “e patatine siano”. Così fu.

Ero tuttavia felice perchè quei libri sarebbero stati i primi di lettura non scolastica. Mi piaceva l’idea di avere una libreria tutta mia al di là se mai li avrei letti tutti.

In estate si accese l’amore. Più leggevo, più mi piaceva. Li divorai uno dopo l’altro. Per ognuno la relazione. Alcuni li capivo di più, altri di meno ma sento ancora la frenesia nel seguire Tom Jones, Kim, Emma, le Piccole Donne, i personaggi stralunati di Sogno di una notte di mezza estate, Gulliver, Tom Sawyer.

Arrivai a Romeo e Giulietta e lì la mia prima ribellione.

Come accettare che un amore così travolgente dovesse finire in tragedia? Avrei dovuto fare una relazione sulla storia e scrivere che era finita nel peggiore dei modi. Per niente d’accordo, la scrissi e mi inventai il mio primo happy ending.

Romeo e Giulietta non erano morti. O meglio lo erano ma solo per potersi incontrare e viversi in un’altra dimensione. Così quando a settembre arrivai a scuola, espressi questo mio pensiero. La professoressa mi guardò un pò strano ma non ricordo nessun commento che potesse turbare la decisione che avevo preso di trasformare una tragedia in un lieto fine.

Nel tempo scoprirò che questo atteggiamento tanto può essere un tentativo di negare la realtà quanto una ristrutturazione per guardare da un’altra prospettiva. Posizioni entrambe molto delicate e dalle conseguenze molteplici.

Perchè scrivere questo oggi?

Voglio evidenziare quanto dal punto di vista psicologico sia importante porre attenzione alla fine di una narrazione: quando immaginiamo come potrebbe andare una situazione che stiamo per vivere è fondamentale arrivare fino alla sua conclusione, vederla e sentirla.

Cosa vogliamo che accada? Come vogliamo che si risolva?

La conclusione è uno step importante quanto lo start.

Non è detto che accada ciò che abbiamo “visto”, potrebbe succedere molto di meglio. Ciò che conta è “entrare nell’evento” con la giusta dose di fiducia.

Fiducia non è da confondersi con ingenuità.

È un processo che vuole conoscenza, cuore e azione.

L’immaginazione si nutre di questi tre elementi e a sua volta semina in profondità “il traguardo”.

Il traguardo non è qualcosa che vediamo fuori di noi e all’orizzonte. È piuttosto qualcosa che sta dentro. Si può dire che esso rappresenti il punto di partenza.

Quale punto di partenza ci conduce dove dobbiamo arrivare con effetto sorpresa.

Una buona pratica, quindi, quando dobbiamo affrontare una situazione problematica è scrivere dal traguardo raggiunto e desiderato al momento attuale. Un richiamo del futuro dalla notevole utilità. Come sempre, provare per credere.

Il 16 giugno vivremo il senso del traguardo attraverso l’uso consapevole della parola nel mio format A PAROLE MIE.

Per iscriversi m.marcucci@scuoladeitalenti.net

orizzonte

 

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