Perchè sono diventata una strega


Perchè sono diventata una strega: riflessioni “sull’oppietà” dell’ovvietà

Le streghe hanno sempre affascinato e spaventato. Sacerdotesse nell’antichità sono state poi etichettate come persone al servizio del male e messe al rogo. Ci sarebbe molto da raccontare su queste figure e sul loro ruolo. Ma non è questo l’intento dell’articolo di oggi.

Partirò dalla convinzione ormai divenuta più popolare che essere streghe significhi essere cattive.

Non sarà tuttavia della cattiveria che scriverò ma del dolore che si nasconde dietro ad alcuni atteggiamenti.

Qualche anno fa portammo nelle scuole, nelle case di riposo e in tanti altri luoghi di cura e cultura la storia di Kirikù e la strega Karabà.

Kirikù era un bambino africano affamato di conoscenza, ricco di curiosità e pieno di intraprendenza. Nacque in un villaggio che aveva perso nel tempo buona parte degli uomini e nel periodo in cui cresceva lui anche l’acqua della sorgente.

Archetipicamente potremmo dire che quel villaggio era stato privato dell’aspetto maschile, vale a dire della spinta all’autonomia che consente di avventurarsi nella vita con coraggio. Era rimasto intatto invece quello femminile, cioè, lo spirito di nutrimento e di protezione. Due aspetti che per far funzionare qualsiasi cosa facciamo, devono essere integrati. Se manca l’uno o l’altro, ogni nostro atto o intento è monco.

Nel caso di Kirikù, un’intera comunità era stata privata dell’autonomia e con essa della speranza.

Tutti avevano paura della strega Karabà, artefice della loro sventura. Chi aveva provato a sfidarla non era più tornato indietro. I bimbi quindi da qualche tempo venivano ammoniti dall’andare oltre certi confini. Kirikù non era come gli altri. Lui voleva capire e sperimentare con i suoi occhi. Si mise in viaggio. Incontrò nel ventre della montagna proibita il Nonno che rappresenta il Vecchio Saggio, colui che apre la visione, che permette di leggere oltre le linee dell’ovvio. L’ovvio è molto spesso l’oppio: nasconde la verità.

Aperti gli occhi e compresa la sua reale missione, il piccolo eroe riesce ad intrufolarsi nella stanza della strega. Le toglie la spina che la rendeva cattiva. Ritornano gli uomini al villaggio che erano stati trasformati in soldati. Kirikù diventa grande e si sposa con Karabà.

Tanti elementi da considerare:

  1. l’annichilimento da paura: la spinta all’autonomia era stata mortificata e con l’inganno. Se ad un essere umano togli “le ali” è normale che non possa più volare. Si rifletta su quanti e quali meccanismi in atto nella nostra società fanno questo. Questo inganno collettivo a vantaggio di pochi crea eserciti robotizzati. Spesso nelle scuole e nei vari incontri che tengo in giro invito a riflettere su un aspetto solo in apparenza irrilevante: quando entriamo in un negozio, qualcuno ha già deciso per noi che tipo di abito acquisteremo, di che colore e anche a quale prezzo. Un esempio per dire che non siamo poi così realmente liberi nonostante la possibilità che abbiamo di scegliere tra tanti negozi e tanti abiti (per stare nell’esempio);
  2. il dolore che diventa vendetta: una spina conficcata con violenza sulla colonna vertebrale fa così tanto soffrire Karabà da renderla cattiva. Rivolge tutto il suo dolore, il suo risentimento e la sua rabbia agli uomini. I maschi le hanno fatto del male e lei risponderà con la stessa moneta. Simbolicamente, il dolore non elaborato per ingiustizia subita, si trasforma tuttavia in un’autocondanna. La spina rimane e con essa tutta l’energia collegata.  Bisogna pertanto di fronte alla rabbia, al dolore e alle ritorsioni fare come Kirikù: cercare di non “oppiarsi con l’ovvietà” e andare oltre per comprendere e quindi agire secondo le linee date dal Vecchio Saggio, la coscienza che è dentro noi stessi;
  3. Kirikù rimane bambino fino a quando non toglie la spina: altro importante insegnamento. Per affrontare le avventure che possono aiutarti ad evolvere bisogna tenere vivo il bambino interiore perchè essendo curioso, coraggioso e autenticamente intuitivo riesce ad essere più strategico e a trovare le soluzioni migliori per affrontare le imprese che intraprende.

La strega così come è intesa nella sua accezione negativa è dunque colei che non riesce ad affrontare il suo stesso dolore e per proteggersi attacca con tutti i mezzi che conosce. Alla base tuttavia c’è una mancata integrazione e una non riconciliazione con quanto è accaduto. Riconciliarsi significa accettare e quindi consentire a quell’esperienza di insegnarti. Se le concediamo questa opportunità, essa va a collocarsi nel luogo dell’anima più giusto per diventare parte del bagaglio di conoscenze e competenze necessarie per crescere, evolvere ed essere felici.

Ora chiediti: quante volte ti è capitato di essere una strega o uno stregone? Quante streghe e stregoni hai incontrato? Cosa sei disposto a fare per togliere e toglierti quella spina?

Buone riflessioni

karabà

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