Scrivere è un atto di autoguarigione


Ieri ho tenuto un incontro con gli allievi della scuola secondaria di primo grado di Decollatura, un paese dell’entroterra catanzarese.

Ho usato il mio metodo A PAROLE MIE per far loro comprendere il valore ed il potere del rispetto. In un post a caldo ho scritto: “siamo in piena alchimia narrativa“. In effetti, è così.

La parola è un atto vibrazionale. Il suo suono condiziona l’andamento cellulare in quel rapporto costante e costruttivo che il corpo ha con il suo ambiente. Si prende aria da fuori, si crea la parola e si rmanda l’aria fuori con la pronuncia del suono. Quel suono ha un significato mediato dalla cultura di appartenenza. Va ad armonizzare o meno un’interazione o una relazione, determinando una serie di conseguenze sia dirette che indirette.

La parola in quanto vibrazione è il punto di partenza per comprendere come mai incida sulla salute dell’essere umano. Di questo si è interessato in modo prevalente il dottor Masaru Emoto con i suoi studi sui cristalli d’acqua esposti alla parola.

Scendendo più in profondità, la parola è un mediatore di emozioni e pensieri. Attraverso di essa comunichiamo al mondo cosa proviamo e come. Può essere usata in modo diretto, in forma astratta, metaforica e concreta.  Il modo in cui la usiamo determina la chiarezza del messaggio e quindi il raggiungimento degli obiettivi consci e inconsci che si siamo posti nello sceglierne una piuttosto che un’altra.

La parola è lo strumento cardine della narrazione di se stessi sia in forma scritta che in forma orale.

Dall’emissione di un suono potenzialmente curativo alla trasmissione di messaggi semplici o complessi di natura sociale o meno, la parola è espressione di copioni di cui siamo registi e attori protagonisti.

L’atto dello scrivere è di autoguarigione. Lo sostiene uno dei maggiori esperti dell’argomento, Jean-Yves Revault. Il disagio esistenziale di non essere se stessi è causa di disturbi e malattie non solo mentali ma anche fisiche. E come potremmo disgiungere il corpo dall’anima? Sappiamo ormai che non è più possibile adottare l’atteggiamento cartesiano di netta distinsione ta res cogitans (il pensiero) e res extensa (il corpo).

Guarire è un processo che riporta armonia a livello fisico-chimico, emozionale e mentale. Questi livelli vengono divisi arbitrariamente perchè è l’unico modo che abbiamo per spiegare meglio ogni elemento. In realtà sono intrinsecamente legati l’uno all’altro determinandone la funzionalità.

Guarire è una sorta di rieducazione dell’atto di registrazione della realtà.

Ogni volta che viviamo direttamente o indirettamente un evento, solo dentro noi stessi o anche fuori, registriamo una serie di elementi a cui diamo una logica e un significato. Nel far questo ci lasciamo guidare dall’emozione che stiamo vivendo in quel preciso momento e/o che si è maggiormente radicata in noi quale filtro cardine e privilegiato.

Una volta creata la “sceneggiatura”, essa comincia a vivere ad un livello più profondo continuando a punteggiarci a livello emozionale.

Facciamo un esempio.

La paura di perdere il riconoscimento sociale induce una persona che ha lavorato per anni per ottenerlo a diventare ipercontrollante su ogni aspetto della sua e altrui vita. Presente oltre ogni misura, acquieta la sua paura inconscia assumento questo atteggiamento. La sua narrazione interna la induce a diventare paranoica rispetto a qualsiasi comportamento vissuto come anomalo o potenzialmente pericoloso per il suo cammino. Quindi, agisce per abbassare il livello di ansia che inevitabilmente l’assale o attaccando preventivamente o muovendosi in contrattacco costante. È come se dentro di lei squillassero costantemente le trombe dell’attacco imminente.

La conseguenza a medio e lungo termine del vivere sul fronte per paura di perdere “la posizione” aquisita può causare gravi malattie psicofisiche perchè il suo metabolismo deve costantemente gestire gli alti livelli di cortisolo che la fanno vivere sotto stress.

Tutta questa storia nasce da COME HAI REGISTRATO GLI EVENTI, da come hai deciso di narrarli dentro te stesso. Per “guarire dalla guerra che ha lei stessa creati” deve creare una nuova sceneggiatura e interpretare un nuovo ruolo pensa la perdita completa del proprio Sé.

E la scrittura che ruolo gioca in questo processo?

Scrivere, afferma Jean-Yves Revault, è “liberarsi da un eccesso emotivo, da una sofferenza, da una paura“.

Questo atto di guarigione agisce sia sugli effetti che sulle cause della sofferenza. Entri nel dolore e lo superi. La difficoltà sta nella tendenza dell’essere umano di evitare tutto ciò che ci fa soffrire:

noi scegliamo la non-sofferenza immediata

(anche se sarà causa di sofferenze future),

così come quasi sempre preferiamo il piacere immediato,

anche se sarà causa di dispiacere futuro“.

(J.Y. Revault)

Una delle più grandi resistenze a scrivere sta nella paura della persona di “ripiombare in quel passato” che solo apparentemente è stato seppellito. Perchè scrivere significa rievocarlo con tutta l’intensità emotiva che ne deriverà. Ed è qui che si richiede resilienza e tenacia.

In questo articolo ho voluto porre l’attenzione sull’aspetto doloroso. È ovvio che la scrittura sia anche molto altro e svolga tante altre funzioni.

Una volta che si diventa consapevoli che la scrittura è “materia vivente” e si superano tutte le ansie e paure legate alla sua straordinaria capacità di far riemergere per poi armonizzare, diventa uno strumento profeticamente gioioso.

la scrittura nutriente

 

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