Quella solitudine a casa che uccide a scuola e viceversa


 

Quella solitudine a casa che uccide a scuola e viceversa

In questi ultimi mesi si sentono spesso notizie di ragazzi, genitori che picchiano gli insegnanti o i compagni. Una giustizia fai da te che ha superato i limiti e che deve far riflettere su quanta solitudine si sia radicata nell’animo umano al punto da renderlo incontrollabile.

Fatico ormai da mesi a guardare i telegiornali. Troppe cattive notizie contro le migliaia di positive che ci sarebbero da comunicare. Troppa grazia: non si sa mai che ci si crede per davvero che ogni persona può realizzare il proprio progetto ed essere felice.

Meglio far passare quelle di cronaca per fingere di essere davvero interessati al bene dell’umanità.

Una volta che sono passate però entriamoci dentro e cerchiamo di capire.

Di chi è la colpa dell’aggressione?

Si tende a dare due risposte in out out: o è della scuola o della famiglia. Negli anni questi luoghi così fondamentali per la crescita dei ragazzi sono diventati due schieramenti. I genitori spesso lamentano l’inefficienza degli insegnanti e viceversa gli insegnanti l’assenza o l’eccessiva presenza dei genitori.

Entrambi sembrano presentare fatti oggettivi, solo in apparenza inconfutabili.

Sta di fatto che più che andare al nocciolo della questione, si rimane fuori a ringhiare. Si alzano le barriere e si smette di comunicare in autenticità.

Mi piace quindi centrare l’attenzione sul concetto di co-responsabilità.

Attenzione! Non intendo dire “mal comune, mezzo gaudio”. Sarebbe come banalizzare la questione.

Tutto ciò che accade è responsabilità del “luogo nel quale accade”. In genere, dapprima accade dentro alle persone e questo accadimento crea condizioni di conflitto fuori, nella dimensione del noi.

La portata di questo conflitto può essere più o meno grave. Sta di fatto che quando accendi la miccia, è inevitabile l’esplosione.

Aggressività condivisa diventa emulazione social.

Cosa sta dietro però a questa aggressività?

Oggi insieme a Graziella e Mario (due colleghi), abbiamo chiuso un progetto con gli allievi del primo superiore. In uno degli incontri ci siamo serviti di un personaggio del Mago di Oz per spiegare questa condizione. Il protagonista è il leone codardo. In questa storia l’animale ruggisce perchè ha paura. Ha paura di qualsiasi essere, più piccolo e più grande di lui. Per difendersi spalanca le sue fauci e terrorizza chi si avvicina.

Mettiamoci dall’altra parte, da chi subisce il ruggito. Cosa farà? O lo aggredisce, o scappa.

Questo almeno nella maggioranza dei casi, perchè nel Mago di Oz, nessuno fugge anzi gli altri personaggi lo accolgono nella loro compagnia.

L’aggressione è spesso sintomo di paura. La paura è percepire un pericolo per la propria sopravvivenza, fisica o emotiva che sia, alla quale si risponde nelle modalità che ho scritto sopra: attacco o fuga.

Il pericolo per la propria vita dipende dal grado di sicurezza che abbiamo sviluppato fino a quel momento.

Il grado di sicurezza dipende a sua volta dall’ambiente nel quale viviamo e esperiamo l’esistenza.

Quando il grado di sicurezza è basso è perchè si vive in un “luogo” o troppo permissivo o troppo controllante e sia l’una condotta che l’altra derivano a loro volta da un alta dose di paura di chi educa.

Nell’educazione entrano sia i genitori che gli insegnanti. I ragazzi vivono in un luogo nel quale stanno in contatto con entrambe le figure e con loro si rapportano costantemente usando gli strumenti che si sono costruiti per stare in questo mondo.

La responsabilità è al 50%? A cosa serve stabilire una percentuale? Ancora a stare nel loop della condanna? La condanna e l’accusa risolvono la questione?

Io credo di no. Io credo che ci sia un’urgenza educativa ed è quella di mettere gli educatori in comunicazione autentica.

Oggi ne parlavo con una madre-insegnante.

Prima abbiamo riflettuto sul ruolo genitoriale e poi su quello di docente. Il nocciolo è rimasto lo stesso: la comunicazione.

Sembra che comunicare sia difficilissimo. In realtà non lo è. Ci sono strategie facili da imparare che servono per comprendere appieno l’altro ed “accogliere il suo ruggito mentre lui accoglie il nostro“. Bisogna capire se si è davvero disposti ad imparare, ad investire il proprio tempo e le proprie risorse.

Il gioco, credo, vale la candela perchè il livello di solitudine si è alzato e le conseguenze sono famiglie sempre più disgregate, scuole sempre più agenzie sull’orlo del fallimento. Ad andarci sotto sono i bambini, i ragazzi che reagiscono a questo isolamento con altrettanta maledetta solitudine.

insieme famiglie

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