Il tempo e l’accettazione


C’è un tempo bellissimo tutto
sudato| una stagione ribelle| l’istante in cui scocca l’unica freccia |che arriva alla volta celeste| e trafigge le stelle |è un giorno che tutta la
gente |si tende la mano |è il medesimo istante per tutti |che sarà benedetto, io credo |da molto lontano|
… |Dicono che c’è un tempo per seminare |e uno più lungo per aspettare |io dico
che c’era un tempo sognato |che bisognava sognare| Ivano Fossati (C’è tempo)
Mentre incalzano le sensazioni che
salgano dallo stomaco fino al cuore, dando vita ad una danza che celebra la
consapevolezza del cambiamento dentro di te, i pensieri volano da una parte all’altra
dell’anima. Finalmente l’emisfero sinistro, quello del “Voglio sapere”, ha
abbassato le difese. Quello destro più libero di agire, si diverte a passare da
un’intuizione all’altra con l’audacia di chi si mette in equilibrio su una fune
che fa da ponte da una montagna all’altra. Nessuna distrazione, il corpo è
pieno di sé, presente, entusiasta. Vibra più che guardando verso l’orizzonte,
provando l’ebbrezza e il brivido dei propri piedi sospesi nel vuoto eppure
saldi su una corda tesa.
Partecipo alla danza recuperando
l’emozione di stare all’interno di un tronco millenario: saldo grazie alle sue
radici possenti e profonde, e vuote per continuare a ricevere il respiro e con
esso il mondo delle persone, che entrano dentro di lui senza chiedere il
permesso. Con lui d’altra parte non c’è bisogno. Anzi, forse, ha creato lui
stesso una porta d’ingresso per accogliere, riscaldare, ispirare.
Dal ventre di un platano, mi
sposto sull’Etna: ancora una volta mi stupisce. Non sono fisicamente lì eppure
è come essere su uno dei suoi crateri a contemplare il tramonto. Guardo le
pietre che ho portato con me, le tocco e ne avverto ancora forte l’energia. La
pace respirata ha un valore straordinario per me. Il sudore della risalita è
testimonianza dell’averci provato e di esserci riuscita.
Mi rituffo in un passato ormai
lontano e mi ritrovo nelle Valli Cupe: vedo ancora il granchio di acqua dolce
che si fa spazio nel fiumiciattolo che scorre sereno tra i canyon. Se alzo lo
sguardo nella mia memoria vedo ancora la magnificenza e la bellezza del cielo
che si è aperto per consentirci di vivere quella giornata nel migliore dei
modi. In un attimo, mi ritrovo su un prato che fa da cappello ad un castello dal fascino antico: tra farfalle e strane lumache, rimani senza fiato quando con un solo colpo d’occhio puoi regalare al tuo sguardo due mari.
Con un balzo, mi ritrovo sui
massi del fiume che si trova poco distante da casa mia: strada percorsa da
monaci, briganti e contadini. L’acqua fresca, il suono sicuro del suo fluire mi
consentono di sentirmi fortunata a far parte di tanta meraviglia.
Non basta! Me ne vado dalle fate.
Le disturbo, forse, con il rumore del mio pellegrinaggio emotivo. Salgo fin
dove possibile per godere del panorama e rendermi conto di quanta bellezza ci
circondi mentre indaffarati passiamo da un lavoro all’altro. Mi fermo a
respirare: è vietato calpestare i sogni. Così ormai si dice dalle mie parti.
Alimento il mio sogno, correndo fino all’abbazia: lì c’è da respirare
spiritualità guidati dalla lira e dalla zampogna. Ogni posizione è una
preghiera a volersi bene.
Risalgo la scala: questa volta ad
occhi aperti. Mi godo il tremore delle gambe ma anche la determinazione di
salire fino all’ultimo gradino. Uno dopo l’altro, mi fermo, ho paura, vorrei
scendere, non lo faccio. Incalzo: mi sfido perché so che posso farcela. Arrivo
in cima: provo a sollevare il mio corpo, a lasciarlo sospeso per qualche
secondo. Mi tuffo e sono in macchina a percorrere la Calabria in lungo e in
largo per far conoscere il nostro lavoro, la nostra voglia di dare il nostro
contributo. Di paese in paese, di stradina in stradona, arriviamo fino a casa.
L’obiettivo è raggiunto, l’impegno ha portato i suoi frutti. E’ vero non è
ancora stato possibile riposare. E’ stato il tempo di accettare gli imprevisti,
di accoglierli. E’ stato il tempo di accogliere la rabbia e di provare a
perdonare e a perdonarsi. E stato il tempo di provare. E’ stato il tempo di
sentire il corpo vibrare, di avvertire pian piano la consapevolezza di essere.
C’è tanto da fare: le emozioni non si scaricano come facciamo con la musica.
Sono sempre cariche a ricordarci che abbiamo un grande compito: prenderci cura
di sé e degli altri. Allora, il sé sta nel pollice che viene pizzicato, così
diceva Aristotele. C’è bisogno di sentire il pizzicore per avvertire il
cambiamento. Così sia: un ciclo si chiude, qualcun altro rimane ancora aperto,
altri ancora si apprestano a vivere. La vita è questo: un continuo passaggio
dalla figura allo sfondo e viceversa. E’ bella così, anche quando fa male. E’
bella così, perché quando accetti le lacrime, ti predisponi ad accogliere i
sorrisi.  
Atterro di nuovo sul mio letto,
sento i polpastrelli sicuri che costruiscono le parole sulla tastiera e penso: “ben
venga, quello che sto provando”. Mi serve per crescere. Si affaccia “Cade la
pioggia” dei Negramaro e decido di salutare questo giorno così: “il tuono è
solo un battito di cuore e il lampo illumina senza rumore e la mia pelle è
carta bianca per il tuo racconto ma scrivi tu la fine io sono pronto!”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.