Rugby, presepe e poesia


Inizia il fermento per Natale. Tra un autunno che qui in Calabria ha fatto fatica ad entrare e un inverno alle porte, siamo nuovamente al conto alla rovescia. Pronti come sempre a preparare l’albero e il presepe. Più che addobbare il primo, io amo particolarmente allestire il secondo. Per un mese intero ho voglia di vedere le lucine colorate che danno movimento, i pastorelli che fanno da millenni la loro passeggiata seguendo una stella, l’acqua, il muschio, la terra, i residui della falegnameria per dare una struttura naturale ad un mondo che nel bene e nel male ispira. Sono anni ormai che non sento l’aria di questa festa. ecco perché mi dedico con attenzione al presepe. Per cercare un pò di poesia, per trovarci un pò di pace. Di certo, quest’anno sarà diverso. Ho molta gratitudine da metterci dentro, più sorrisi, più consapevolezza, più voglia di continuare a provare. Perché anche l’aria di Natale bisogna cercarla con impegno a partire dal primo dicembre fino al 30 novembre. 
I primi freddi che gelano e arrossano il naso, le ultime foglie colorate che danno, nell’ultima danza verso la terra, il loro saluto che sa del rumore del vento, i cappotti colorati, le sciarpe calde, le scarpe antigelo, la prima neve sulle cime delle montagne sono i segni evidenti di un tempo presente in movimento. Più che di passare, semmai lui ritorna, e quando lo fa non è mai lo stesso. Quest’anno vorrei fare il presepe con mio nipote, vorrei condividere con lui la ricerca della forma che dia maggiore senso al contenuto. Vorrei che a lui restasse la frenesia che mi nasce quando dopo il solito intoppo del “adesso come faccio”, mi alzo di scatto e in meno di un’ora metto insieme la scena che ci accompagnerà per almeno cinque settimane. Perché vorrei che ricordasse quanto è bello costruire insieme. Prima mio padre faceva il presepe, mia madre l’albero ed io e mio fratello facevano da aiutanti. Da qualche anno sono loro che seguono me e insieme in genere costruiamo in poco meno di un metro quadrato la nostra idea di noi. Perché è questo quello che accade: mamma che cura la proporzione degli scalini perché i pastori non abbiano problemi a salire, mio padre con la sigaretta tra le labbra che prova le luminarie ed io che cerco di sistemare dando sempre un significato e un messaggio. C’è stato l’anno dell’acqua, l’anno della vite, l’anno dei campi coltivati. Quest’anno vorrei dedicarlo alla gratitudine. Ho comprato degli uccellini, delle farfalle e due campanelle, oltre all’immancabile pastorello nuovo di zecca.Ne cercavo uno che rappresentasse una bambina, mia nipote, e l’ho trovato dai cinesi, nei loro negozi pieni zeppi di qualsiasi cosa. Quello di Giovanni, l’ho comprato qualche anno fa. Ogni anno c’è un elemento nuovo a indicare che non c’è un istante uguale all’altro, che tutto evolve in un modo o in un altro. 
Credo che ci metterò dentro quello che ho imparato ieri a Gagliano, un quartiere di Catanzaro. Sono andata a vedere la mia prima partita di rugby, grazie al Clan Catanzaro Rugby. Un pò spaesata perché l’ho guardata dalla panchina, sono rimasta colpita più che dal gioco in sè, dall’atteggiamento. Nel rugby si inizia incitandosi reciprocamente. E’ quasi come se non ci fosse competizione: le squadre si augurano reciprocamente una buona partita inneggiando l’una all’altra. Gridano il nome della squadra avversaria e dicono “Hip Hip Hurrà!”. Wow! Proseguono la loro conquista del campo con le mischie che sono delle vere e proprie testuggini a protezione di un ovale che scivola veloce finché non viene afferrato per essere passato indietro o portato avanti, attaccato al petto, verso la meta. A pensarci oggi, è commovente il modo in cui viene protetta la palla. Continuano applaudendo il giocatore che, infortunato lascia il campo, e terminano, non con la solita esultanza di chi ha voglia di far vedere i muscoli, ma con la discrezione che contraddistingue chi entra in campo per imparare e per divertirsi. Tra touche, mischie, placcaggi, pacche sulle spalle, gestione della rabbia, questi giocatori non solo possono fare meta ma possono anche andare oltre. Doppio Wow! Fatta la meta, possono trasformarla e prendere altri due punti. Andare oltre la meta, che messaggio potente! insegnarlo all’altro è un atto di eccellenza creativa, etica. In panchina ci si infervora ma si cerca sempre di capire come migliorare. Per me che sono ignorante in materia, non è stato facile capire le tattiche, è stato però semplicissimo fissare i concetti che fanno di questo sport una filosofia.E così questi uomini imparano la conquista, la galanteria, la coesione, la fiducia, la meta e l’oltre la meta. Come non trasferire questo atteggiamento a chiunque si incontri per strada? Si credo proprio che quest’anno nel presepe inserirò questi nuovi elementi e vorrei farlo con il mio piccolo grande Giovannino che ha gli occhi grandi della curiosità, l’intelligenza dell’ingenuità e l’entusiasmo di chi non si chiede cosa sa ma piuttosto cosa imparare. La poesia nasce nel dettaglio che sei in grado di notare, nasce nell’istante in cui si lascia al vento della bellezza la semplicità di travolgerci con tenerezza. Nasce quando cerchi l’amore tra le righe di un’anima che deve il suo movimento alla ricerca dell’altro da sè. Nasce in quella carezza del passato che ha bisogno dell’eternità del presente. Nasce in quelle lucine veloci che ti invitano a sperare, nel campo che accoglie le spighe di grano, nelle viti che moltiplicano i grappoli, nell’acqua che si trasforma costantemente. Nasce nelle treccine di una pastorella che non sa ancora quale sarà il suo ruolo e nè se ne cura. Nasce nella danza delle azioni che hanno voglia di costruire. La poesia è il ritmo dei pensieri che hanno voglia di nascere. E’ nei passi di chi ha voglia di tornare a casa, nelle braccia di chi ha voglia di accogliere, negli occhi che hanno voglia di conoscere, nel cuore che ha voglia di continuare ad avere voglia. 


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