A te imprenditore di te stesso!


“Se uno sogna da solo, è solo un sogno.
Se molti sognano insieme,
è l’inizio di una nuova realtà.”
Friedensreich Hundertwasser
Inizio da qui, da questa frase nella
quale il sogno si mescola con lo stare insieme, con la costruzione, con la
realtà. Formare fa rima, in effetti, con sognare, con realizzare ma anche, più
semplicemente e più profondamente, con amare. Amare significa tuffarsi nell’oceano delle possibilità, per pescarne
quelle che più intimamente ti fanno stare bene e soprattutto ti spingono a migliorare,
a crescere.  
Non c’è forma né
contenuto che non passi dall’amore, come condizione di base per fare, per
essere, per continuare. Dare forma è quello che facciamo continuamente nella
nostra esistenza. Uso il verbo e non il sostantivo perché è essenziale il senso
del movimento, della dinamicità, del cambiamento. Di quel vento essenziale per
guardare al futuro con sempre maggiore ottimismo, non perdendo né la passione
del sogno, né la lucidità del saper fare oggi meglio di ieri, oggi per oggi,
oggi per domani. È un’impresa, ma forse ancora di più un intraprendere. Un
nuovo verbo e con esso, vecchie e nuove certezze. Intraprendere significa
prendere dentro di sé i sogni, le energie, le risorse per realizzare. Ma
significa anche prendere fuori di sé tutto ciò che è necessario per creare un
posto nel mondo che parli di noi stessi, del nostro modo di vivere la realtà,
del nostro sforzo appassionato costante di farsi accettare per quello che si è.
Sii
il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo, diceva Gandhi.
La scienza, la storia, la necessità
intrinseca dell’uomo di mettere ordine al caos attraverso le etichette (di cui,
tra l’altro, ne sono viva e forte testimonianza i segni  e le parole di questo testo) hanno creato
paradigmi dominanti di pensiero nei quali si racchiude malamente un concetto
pericoloso, quale è quello della normalità. Pericoloso perché si avvinghia su
definizioni che non descrivono l’anima. Ma piuttosto un ideale di comportamento
fortemente contraddistinto dalla storia del momento. Non si è normali, non lo si è quasi mai quando mostriamo la nostra
autenticità, semplicemente esistiamo
. E così, per le teorie dell’oggi, il
normale ha una serie di comportamenti che devono essere seguiti per essere
riconosciuti. Persino, chi dovrebbe cercare la diversità, il modo di essere al mondo di
un individuo
, assecondandolo, rinforzandolo, inevitabilmente lo soffoca in
virtù della “necessità di essere normali”. Non è un caso d’altra parte che il
dolore si sia specializzato. La sfida è, dunque, non tanto essere se stessi,
quanto combattere perché il mondo significante e significativo per noi, ci
veda, ci senta, ci accetti e, quindi, ci consenta di viverci e di vivere meglio.
Ognuno di noi sa nel profondo di se
stesso cosa vuole, cosa desidera, soprattutto sa come sognare.
Io la sera mi addormento e qualche volta
sogno perché voglio sognare e nel sonno stringo i pugni tengo fermo il respiro
e sto ad ascoltare qualche volta sono gli alberi d’Africa a chiamare altre
notti sono vele piegate a navigare
.[…] Io
la sera mi addormento e qualche volta sogno perché so sognare e mi sogno i
tamburi della banda che passa o che dovrà passare
(Treni a vapore di Ivano Fossati). La
difficoltà sta nel superare i limiti imposti, nell’accettare di soffrire perché
l’altro non comprende la nostra forma, il nostro contenuto con la certezza non scientificamente provata ma intimamente sentita che
le tue intenzioni verranno un giorno comprese:
aveva seguito la sua idea, e i faggi che mi arrivavano alle spalle,
sparsi a perdita d’occhio, ne erano la prova. Le querce erano fitte e avevano
passato l’età in cui potevano essere alla mercé dei roditori; quanto ai disegni
della Provvidenza stessa per distruggere l’opera creata, avrebbe dovuto ormai
ricorrere ai cicloni. Bouffier mi mostrò dei mirabili boschetti di betulle […].
Le aveva piantate in tutti i terreni dove sospettava, a ragione, che ci fosse
umidità quasi a fior di terra. […]. Il processo aveva l’aria, d’altra parte, di
funzionare a catena. Lui non se ne curava; perseguiva ostinatamente il proprio
compito, molto semplice. Ma, ridiscendendo al villaggio, vidi scorrere
dell’acqua in ruscelli che, a memoria d’uomo, erano sempre stati secchi. Era la
più straordinaria forma di reazione che abbia mai avuto modo di vedere (L’uomo
che piantava gli alberi di Jean Giono).
Mai dolore più utile è tuttavia
quello sforzo costante di affermare la propria natura, di piantare e seminare
quando gli altri chiudono gli occhi al tuo agire. Forse a volte è un bene che
non ci vedano mentre ci muoviamo verso la meta, non perché ci si muove meglio
nel sotterfugio ma perché coloro che hanno chiuso gli occhi, quando li aprono,
non possono che accettare anche quello che hanno negato, combattuto, disdegnato.
Il tempo assume, quindi, la forma di un
Dio che osserva dall’alto, ma che curioso per natura, si insinua negli
interstizi della realtà.
Dall’alto,
sull’arena, a guardare silenzioso e di dentro a incitare con passione ad andare
avanti finché la partita non è vinta, anche quando la partita è persa.
 … non
aver paura di sbagliare un calcio di rigore, non è da questi particolari che si
giudica un giocatore. Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo, dalla
fantasia (lega calcistica classe 68- De Gregori)
. Ognuno per quello che
può, tutti ci muoviamo verso anche
quando ci allontaniamo. Semplicemente seminiamo. Anche nei campi più duri, il
fiore trova la forza di nascere. Non v’è dubbio. È bene, tuttavia, conoscere il mondo e scegliere quel posto dove
l’umidità consente di piantare le betulle, tenere
come adolescenti ma decise
(L’uomo
che piantava gli alberi di Jean Giono).
Deciso cosa piantare e dove, è poi
necessario essere tenaci, resistere. Verranno le burrasche, le notti più lunghe
ma non v’è pioggia che non veda il sole, né notte che non veda giorno. La
ciclicità del tempo, malamente segnata dalle lancette, è la costante che da
sempre segna lo spazio, la storia. L’acqua,
elemento primario, non ha mai smesso di scorrere. Libera dalle lancette, crea
tenace i suoi varchi e si dirama. Maestosa dai ghiacciai, fresca e limpida, si
insinua nelle montagne,  in grandi canali
e con grande forza, sotto forma di cascate; in laghi; in fiumi; in rivoli impercettibili;
in canali sotterranei. Accarezza, rinfresca e nutre la terra, scompare nelle
sue profondità per poi farsi nuovamente vedere arrivando con dignità nel mare. Imperturbabile
alle interpretazioni, semplicemente scorre.
Il tempo diventa quindi, un
elemento altrettanto imperturbabile che è dentro di noi ma anche al di là di
noi. Le accelerazioni e le decelerazioni sono atti umani, mutuati da una natura
che abbiamo smesso di osservare e asserviti ad un prodotto umano, qual è
l’orologio. Atti umani, comunque, importanti per concederci spazi o anche per
il contrario.  Dicono che c’è un
tempo per seminare e uno che ha voglia di aspettare; un tempo sognato che viene
di notte e un altro di giorno teso come un lino a sventolare. […] C’è un tempo
perfetto per fare silenzio, guardare il passaggio del sole d’estate e saper
raccontare ai nostri bambini quando è l’ora muta delle fate. […]È tempo che
sfugge, niente paura che prima o poi ci riprende perché c’è tempo, c’è tempo
c’è tempo, c’è tempo per questo mare infinito di gente.[…] Dicono che c’è un
tempo per seminare e uno più lungo per aspettare io dico che c’era un tempo
sognato che bisognava sognare(C’è tempo di Ivano Fossati).
Si affaccia, inevitabilmente, il
rispetto. Quello del sogno, quello di noi stessi, quello degli altri,
dell’andare verso, dell’allontanarsi, del creare, del distruggere. Quello della
lentezza e quello della corsa sino a non avere più fiato. Quello del passo
sinuoso e sicuro del leone, e quello incerto ma coraggioso di un pulcino. Possiamo giocare i ruoli che vogliamo,
concederci di essere forti e al contempo fragili.
Lo sguardo si poggia sempre su ciò di cui abbiamo bisogno. Si ferma
quanto noi vogliamo. Ed è così che tutto scorre. Panta rhei os potamòs, Tutto
scorre come un fiume! (Eraclito)
Indipendentemente da noi, dipendentemente da noi, malgrado noi,
dentro di noi.
La modestia è il paravento degli imbecilli quando si è sicuri di quello che si
fa, quando ci si sente pronti per fare il salto di qualità, quando si incontra
chi non vuole rispettarci per quello che siamo, per quello che rappresentiamo
perché non indossiamo l’abito che ci si aspetti si indossi, quando si ha paura
che ciò che siamo possa ledere la fragilità dell’altro. Utile, tuttavia, quando
si sta imparando qualcosa di nuovo, quando siamo di fronte a chi non
conosciamo. Virtus in media stat (Niccolò
Machiavelli) .
Il problema e la soluzione nascono nello stesso luogo, dentro di noi.
I momenti di confusione sono quelli che ci consentono di fondere insieme
più elementi per riorganizzarli al meglio
. La tempesta è ciò che ci colpisce quando i modelli
che hanno funzionato in un dato periodo cominciano a perdere quota per motivi
che possono riguardare noi ma anche gli altri, l’ambiente. Certo è che si
cambia: alcuni cambiamenti sono impercettibili, altri, invece,ci travolgono.
Sta a noi riorganizzare senza troppe
elucubrazioni mentali. È in quel momento che staccarsi da sé per vedere
dall’alto ci serve per capire come fare per poi poter rientrare assumendo
nuovamente il controllo del nostro sogno. D’altra
parte quando si sogna e soprattutto quando si decide di condividere il sogno,
bisogna avere il coraggio di concedere agli altri significativi di guidare per
un pezzo di strada, anche se la guida ci fa traballare un po’ e si sente forte
prima il desiderio di stringere meglio la cintura di sicurezza e poi di tornare
subito al posto di comando
. Nessuno,
tuttavia, può portarti via il ruolo di condottiero perché il sogno è tuo, nasce
da te e finché non si realizza, nel senso che diventa parte di una realtà che
per sua natura non può essere controllata in tutti i suoi dettagli, sta alla
tua passione dargli sia contenuto che forma
. Realizzatosi è come un figlio
che prende la sua strada. Se sarai stato
un buon genitore del tuo sogno, la realtà saprà riconoscerlo in eterno
: l’armonia vince di mille secoli il silenzio
(Ugo Foscolo).
Riorganizzare significa
semplicemente creare un nuovo ordine per ottimizzare le energie, stimolare
l’impegno ma anche la creatività. E’
utile in tal senso non solo vedere ma soprattutto accettare intimamente il
cambiamento di stato che non sempre parte da noi ma viene da un mondo che costantemente
si modifica lanciandoci nuove sfide. Sognato il sogno, bisogna pianificare bene
per poterlo realizzare. Lì si che ci vuole intelligenza, fantasia, coraggio,
altruismo nel senso di andare verso l’altro, modestia. L’altruismo, inteso come
andare verso l’altro, significa condividere, significa dividere insieme il
proprio sogno non spezzettandolo ma offrendo ai tutti significativi la possibilità di comprenderlo, di prenderlo
come qualcosa che ci appartiene, e di nutrirlo con la passione che appartiene
in forme e contenuti diversi a ogni essere vivente. Una buona pianificazione
consente al nostro sogno di avere gli strumenti giusti per poter camminare con
le proprie gambe. Vanno scelte le persone giuste, quelle che credono in noi, in
quello che facciamo ma anche che credono nelle loro risorse e in quello che
possono fare. È così che si crea un gruppo, quel luogo emotivo ma anche
razionale che sa sognare ed anche realizzare, che comunica senza paura, che
insegna  con passione quello che sa fare,
che ascolta e con modestia e umiltà si fa insegnare. Si impara e si insegna
costantemente. Gioisce di un successo, soffre di un insuccesso e si interroga
sui perché di entrambi gli esiti e si impegna per migliorare sul cosa, sul
come, sul quando, finanche sul “con chi”. L’invidia, la presunzione non servono
alla causa. Chi li coltiva non è utile. Chi
si impegna, chi non risparmia un sorriso, un gesto di gentilezza, uno sguardo
di complicità e di comprensione, chi non si lascia invadere troppo dalla paura
né di cambiare né dei cambiamenti, chi si sente utile alla causa ma non più
degli altri, che riconosce il gruppo come conditio
sine qua non
per ciò che si sta realizzando,  quelle sono le persone che rendono grande,
produttiva, efficiente, responsabile, affidabile una realtà
. Quelle persone
diventano i nostri collaboratori, coloro che lavorano non tanto per noi ma con
noi e sono direttamente responsabili di ciò che accade. Bisogna avere fiducia nelle possibilità degli altri. Non è facile
ma nemmeno un’impresa impossibile far sentire chi ci sta accanto importante,
accoglierlo nel senso più alto del termine, spingerlo a crescere, a coltivare i
valori del sacrificio, dell’impegno. È necessario avere cura che la passione di
queste persone sia sempre accesa; che il sentimento di essere utili sia sempre
presente. Essere chiari con loro nel costruire le regole, nel comunicare i
propri pensieri, i propri obiettivi, nel creare metodi e mete condivisi diventa
essenziale per la vita di qualsiasi cosa facciamo, in qualsiasi ambito ci muoviamo.
Siamo gli artefici del nostro destino. Fintanto
che siamo su questa terra, sta a noi disegnare, a noi costruire, a noi
riuscire, a noi vincere, a noi accettare che il posto in questo mondo per noi
non è più prezioso di quello affidato agli altri, ma che è comunque e
certamente prezioso.
A te imprenditore di te stesso, ad maiora semper, sia la tua impresa come
una scala che ti consenta di scendere e salire, come una montagna che tu possa
scalare ma anche ridiscendere quando vorrai; sia come le ali di un pulcino per
provare a volare, come quelle di un gabbiano per sperimentare l’ebbrezza del cielo;
sia come una nave che sappia navigare e all’occorrenza come una zattera che ti
possa salvare; sia come una ghianda tenace tanto da diventare una quercia ma
anche come un filo d’erba in mezzo a un prato; come  un leone nella foresta ma anche come un gatto
in cucina; come una cascata di acque chiare ma anche come un rivolo.

Sia il tuo sogno, ma auspicabilmente, molto di più di quello che hai
sognato!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.