Il Cafè della cura


Per
arrivare a Feroleto Antico da Carlopoli devi attraversare il monte Condrò e la
bellezza straordinaria dei suoi alberi maestosi e misteriosi. Ci sono dei punti
in cui il sole passa solo attraverso i rami di queste creature così poetiche e
fantastiche. Sembra di entrare in uno di quei racconti di Tolkien aspettando
che spunti da qualche parte un hobbit alla ricerca del suo tesoro. È bello da togliere
il fiato. Quando entri in paese con le sue strade strette, ti soffermi sulla piazzetta
e sull’arancio di alcune case. Continui nelle sue strettoie finché non arrivi a
palazzo Cosentini e alla sua salita di pietra che svela i suoi perché pian
piano, delicatamente. Ci soffermiamo davanti alla locandina di Sognando la meta
e già lì mi accorgo della cura, la parola-chiave di questa presentazione. Mentre
sono di fronte ad essa, un signore sbuca dalla finestra e con fare allegro scherza
dicendoci che siamo in ritardo. Qualche secondo più tardi è davanti al cancello
ad accoglierci con un fare gentile ed umile. Ci fa entrare e subito ci invita a
visitare il museo. È orgoglioso di ciò che ha fatto. Si vede dal modo in cui si
muove. Quando saliamo sopra ha la premura di farci vedere la stanza che ha
allestito per il pomeriggio. Discutiamo delle scelte fatte sui libri, dell’auto-pubblicazione,
del premio letterario che organizza da quattro anni con suo fratello e poi non
resiste e ci fa vedere una targa preparata per me. Mi commuovo per la sua cura,
per la giacca che indossa quando sta per farsi l’ora, per il garbo con il quale
mi presenta chi arriva e per il dispiacere che mostra per il fatto che la sala
non è piena come avrebbe voluto. Lui non sa che in quel momento io sono pronta
a parlare del mio progetto anche alla presenza di due persone perché dove c’è
accoglimento c’è fiducia e dove c’è fiducia ci sono tante possibilità. Il pensiero
è seguito dai fatti e il pubblico arriva! Ci sediamo come se stessimo in un
Cafè. Nessun tavolo che ci separi ma un cerchio ideale in cui ognuno trova il
suo spazio e discute con te dei tuoi sogni e delle sue opinioni. I piani
originari sono saltati in favore di un momento intimo di condivisione. Franco ha
preparato una relazione di quattro pagine ed anche questo mi commuove
profondamente. È meraviglioso quando qualcuno si ferma a riflettere sui tuoi
pensieri e li mette su carta. Non la legge perché preferisce creare un’atmosfera
tanto informale quanto gradita. Per me è una nuova occasione, un altro modo di
vedermi. La verità di questo momento è che da quando rido, riesco a prendermi
da ogni occasione gli aspetti positivi e quello che sembra nascere come un
fallimento si trasforma in un successo. Questa è la magia di questo pomeriggio:
la serenità di ogni singolo istante, la fiducia nella bellezza, la certezza di
occhi accoglienti, l’ascolto sincero di persone che hanno scelto di essere lì,
l’energia di un cerchio emotivo nato con l’umiltà della cura del dettaglio, l’umiltà
del donare, la gioia di ricevere perché chi semina speranza raccoglie
abbondanza. Una passeggiata goduta insieme a degli sconosciuti che in breve mi
sono divenuti familiari per la condivisione di un tempo nel quale muovere dei
passi. La cura è questo: accompagnarsi come fanno le onde del mare, l’una con l’altra;
la cura è la terra che custodisce i semi, li nutre, li disseta e li lascia
sbocciare; la cura è la gentilezza dell’ascolto, la discrezione degli occhi
lucidi; è sedersi l’uno accanto all’altro senza differenze di ruolo; è
com-prendersi, prendersi per quello che si è; è l’attenzione al particolare; è
l’entusiasmo di darti un dono; è la voglia di condividere le proprie passioni;
è l’attenzione ai gesti, alle parole, ai messaggi; è la magia che crea l’andare
l’uno incontro all’altro: è il sorriso complice di chi condivide le tue idee;
la domanda irriverente per capire fino dove puoi spingerti; è il naso
arricciato di chi vuole credere ma ha bisogno ancora di tempo; è l’augurarti
successi futuri con il cuore che punta dritto al tuo perché vuole spingerti a
continuare; è l’arancia che desideri e che trovi per strada; è il calore del
sole che ti accarezza quando hai freddo; è l’umiltà del cuore. In quel Cafè
ideale, ho respirato un sogno. Continua il mio cammino in mezzo a tante voci
narranti e Kalon brion rimane l’alba sempre accesa che è in ognuno di noi.

“Kalon brion!”. Non era un animale, era molto di più. Non
erano forse quei ragazzi, con il loro sogno, un mezzo per rifar sorgere il
bene? Non erano forse loro una nuova alba per quella terra? La risposta era
nella loro stessa storia. Kalon brion altro non era se non il termine dal quale
derivava il nome della loro regione: Calabria. Ci saremmo chiamati così e
saremmo stati fertili e utili!” 

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