Kintsugi e l’arte dell’imperfezione


Quando
si apre una crepa sull’asfalto, lì in quella ferita, nasce un fiore
. È quello
che accade a noi ogni volta che un dolore marchia la nostra esistenza e
impariamo da esso più che a spegnerci ad accenderci come un astro. Probabilmente il carisma di ogni essere
umano nasce in quel luogo remoto della nostra intimità che ha pianto e si è
lasciato irrorare dalle lacrime ma non distruggere
. Così come fanno
saggiamente i giapponesi quando riparano con l’oro o l’argento gli oggetti
rotti evidenziando con “il luccichio” la ferita, allo stesso modo facciamo noi
quando lasciamo che la colpa vada via e al suo posto subentri il coraggio,
quello che nasce ogni volta che vediamo, sentiamo che possiamo essere parte di
una storia importante. I giapponesi pensano quindi che la bellezza sia data dalla storia che ogni essere umano può raccontare,
fatta di grandi eventi, non quelli che passano sui libri, ma quelli che
attraversano la quotidianità. Mentre, dunque,
l’occidente nasconde le cicatrici, l’oriente li fa brillare
. La filosofia
che sta dietro a questo atteggiamento è di certo un inno all’essenza. Kintsugi , la tecnica di riparare con l’oro,
è metaforicamente la nostra possibilità di coltivare la bellezza attraverso gli
istanti che viviamo
. Ecco quindi che ciò che il tempo usura, il tempo
stesso restituisce in un’altra forma ma con lo stesso contenuto. L’imperfezione che rende la nostra natura
preziosa perché alla ricerca, diventa qualcosa non da esibire ma da mettere al
servizio della felicità
. Il grande Allevi, questo meraviglioso musicista
italiano che viaggia con la strega, come lui stesso racconta nel suo libro
edito dalla Rizzoli, dice “dirigere una grande orchestra è molto più complicato
di quanto possa sembrare. Il movimento deve essere in anticipo sulle note, perché
dall’indicazione della bacchetta all’emissione del suono da parte dell’esecutore
passa un breve istante. Quindi, il mio tempo deve anticipare quello degli
altri. Se invece andassi in perfetta sincronia coi i musicisti, come verrebbe
naturale, l’orchestra inizierebbe a rallentare e il brano si siederebbe”.  Egli dunque per creare armonia musicale deve essere in leggera diacronia, deve
arrivare qualche millesimo di secondo prima consentire ad ogni strumento di suonare
“onorato” e insieme agli altri. Perché dunque affannarsi a cercare ciò che non
esiste? perché non esaltare quello che ci appartiene?  L’imperfezione è il mezzo che ci consente di
sperimentarci nel mondo secondo i nostri talenti. C’è un legame secondo me, tra il kintsugi e la bacchetta del direttore:
in entrambi i casi vanno a inserirsi lì dove c’è necessità di unire per creare
qualcosa di nuovo, di armonioso.  
Ogni
volta che trasfiguriamo il nostro corpo, riempiendolo o svuotandolo con l’ansia
dell’apparire, stiamo perdendo l’occasione di raggiungerci. E se è vero che gli
esseri umani hanno il diritto di modificare, è altrettanto vero che essi hanno
il dovere di accettare la propria natura. Lei, la natura, ha voluto che nello
stesso pianeta esistessero la sequoia e il bonsai,  fili d’erba e foglie di forme e grandezze
diverse, rivoli e oceani, coccinelle e dinosauri; lei ha usato il metro della diversità per sposare l’uguaglianza e si
è dotata dell’arcobaleno per dipingere la vita
. Imperfetto è colui che ha
coscienza di sé e usa se stesso per trovare la strada della felicità.
Imperfetto è colui che guarda
alla sue cicatrici non con rancore ma con amore; che, paziente, cerca la cura
dentro di sé, che va verso l’altro e si riscalda al sole della comprensione; che
non mette punti ma puntini, che apre e chiude le porte con determinazione
sapendo che la porta è insieme ed
eternamente entrata e uscita
; che suona in mezzo agli altri sapendo che da
solo non esiste musica; che cerca le parole e spesso si riconosce nel silenzio.
Imperfetto è colui che corre verso la meta e si ferma solo quando l’ha
raggiunta; che ama come sa e più che può perché riconosce che questo sentimento,
l’amore, è l’unico spazio dell’animo nel quale essere se stessi è la magia più
grande che possa esistere. L’imperfezione è quindi l’oro usato per riempire le
crepe del vaso e impreziosirlo di poesia, di musica, di viaggio…

È stato lui che mi
ha insegnato a divertirmi, a gioire delle piccole cose salvandomi dalla
sindrome della “perfezionite” di cui mi stavo ammalando alle elementari, a
causa di un atteggiamento fin troppo ligio nella gestione della mia cartella.
La svolta in tal senso la ebbi con il primo quaderno pieno zeppo di orecchiette
e di cancellature.  Uscii
fuori dal tunnel guidato da un fratello che era il maestro delle sbavature,
suonava un sax, chiamato Saxito, consapevole delle sue performance
terroristiche e ugualmente contento di eseguirle perché – diceva – gli teneva
compagnia. Non avevo fatto altro che imparare da lui a lasciarmi andare e
questo non mi aveva procurato alcun danno nel rendimento scolastico, semmai mi
aveva rivelato una certa vena artistica. A volte qualche talento nasce
esercitando la più assoluta imperfezione.

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